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Parece que Saramago nos quiere decir que nuestras cegueras no nos dejan ver nuestras oscuridades, que nuestra conciencia no nos lleva a la autoconsciencia de nuestras luces con sus sombras.









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- Foto mia. (@romyy999)

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Walter Benjamin, sobre a fotografia de August Sander: “Que se venha da direita ou da esquerda, será preciso habituar-se a ser olhado no rosto para que se saiba de onde vimos. Cada um deverá habituar-se a olhar os outros de frente com o mesmo objetivo.”

Diritti di riproduzione della propria immagine


Stamane tra le vecchie fotografie di famiglia è sgusciato fuori questo spezzone: è mia sorella, la sua immagine è stata strappata con cura da una fotografia.

Posso dire con certezza tre cose, circa questo frammento: la prima è che la fotografia originale risale all’inizio degli anni settanta; la seconda è che lo strappo è stato un atto deliberato, voglio dire determinato non dal fatto che il resto della fotografia fosse inguardabile, impresentabile, ma dalla precisa volontà di toglierne una parte; la terza è che mia sorella era moderna, aveva fatto le scuole.

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A Pachino era pratica corrente: chi era riprodotto in una fotografia collettiva aveva tutto il diritto di “tirarsene fuori”, di prendere le forbici e ritagliarsi, lasciando la fotografia monca. Senza offesa per nessuno, e nessuno d’altra parte se ne sarebbe risentito, né si sarebbe lamentato per una fotografia irrimediabilmente rovinata. Era un fatto normale: ti piacevi? Ti ritagliavi e ti portavi via la tua faccia.

Lo spezzone che ho ritrovato stamane data degli anni settanta, posso dirlo con certezza; ma posso altresì dire con certezza che ho visto esercitare questa pratica fino a dieci anni fa. Ero sceso a Pachino a trovare la vecchia zia Maria, e una sera abbiamo fatto quella cosa che si fa coi vecchi, se hanno ancora il bene dell’intelletto: guardare le fotografie e raccontare e farsi raccontare delle cose. La volta successiva che scesi a trovarla, più o meno appunto dieci anni fa, suo figlio, mio cugino, aveva portato via tutto quel che gli apparteneva: si era ritagliato accuratamente con le forbici da tutte le fotografie, a volte seguendo con perizia la sua sagoma. Un crimine: rimpiansi di non averlo preceduto rubando quelle foto.

È una cosa straordinariamente attuale, non è altro, diremmo adesso, che esercizio dei diritti di riproduzione della propria immagine. Ma evidentemente non è in questi termini che si pensava al tempo in cui mia sorella si strappò via dalla fotografia, e mio cugino ritagliò la sua sagoma dalle foto di famiglia con rispetto di quella di fratelli, sorelle e quant’altri. Si pensava in termini se vogliamo più animistici: la mia immagine mi appartiene perché ha un po’ di me, anzi ha tutto di me.

Questa direi impossibilità di distinguere tra il me reale e il me fotografato, è una delle chiavi di lettura della fotografia di mio padre che mia madre fece apporre alla sua tomba: diede incarico al fotografo di ritoccare una fototessera in modo da fargli delle occhiaie da cardiopatico che non aveva mai avuto, e da farlo imbolsire come non era mai stato. Quando la vidi esclamai costernato: “Ma papà non è mai stato così!!” “Ma perché?”, mi rispose lei; “Non è morto?” Voleva dire: ha da essere la fotografia di uno che è morto, ha da subire la stessa trasformazione che ha subito la persona, le “appartiene” come fosse la riproduzione in uno specchio, che non è  niente, non esiste senza la persona. In realtà la fotografia che si mette sulla tomba è per antonomasia la fotografia di un vivo che ha la ventura di morire. Due esistenze diverse, diciamo così; e a volte addirittura una contrapposta, in opposizione all’altra: fotografie gioiose, vitali e solari che si contrappongono al buio e al freddo della morte.